Palangrese derivante
Le imbarcazioni che utilizzano questo metodo di pesca possono essere identificate dalla presenza a bordo di lunghe aste portanti sull’estremità superiore una bandiera nera.
Il palagrese derivante viene utilizzato professionalmente per la pesca al largo del pescespada.
La giornata, per chi opera con questo metodo, inizia alla prime ore del pomeriggio quando, abbandonato il porto, si naviga per diverse ore per raggiungere la località prescelta. Una volta arrivati si inizia a calare “u conzo” cioè a lasciare un lungo cavetto chiamato madre del palangrese, dove ad intervalli regolari sono montati, con spezzoni di filo chiamati braccioli, gli ami. La distanza tra un amo e l’altro è di circa 50m. Il lunghissimo filo ( a volte alcune decine di chilometri) è mantenuto a galla da galleggianti (spesso delle bottiglie di plastica) che vengono montati con regolarità ogni tre ami. Gli ami a loro volta per poter attrarre il pescespada sono innescati con sgombri scongelati. Questa fase della pesca può essere condotta da sole tre persone, una al timone della barca che segue la direzione decisa dal capitano, le altre due che si occupano del palangrese. Ogni tanto il galleggiante viene sostituito da una delle aste con la bandierina in testa. Questa accortezza è fondamentale per poter ritrovare il proprio attrezzo di pesca anche in caso di rottura del cavo madre. Le aste poi, visto che il recupero si svolge per la maggior parte durante la notte, sono fornite di una segnalazione luminosa lampeggiante.
Una volta terminata la calata del conzo, si ferma la barca vicino all’ultima asta posizionata e si attendono alcune ore. Si approfitta di questa interruzione per rifocillarsi e per schiacciare un pisolino in attesa del faticosissimo e lungo recupero.
Il palangrese viene salpato a mano con l’aiuto di un verricello. Questa fase è molto pericolosa, infatti, se il lavoro non procede con armonia e sincronismo perfetto c’è il rischio di farsi molto male.
La stragrande maggioranza degli ami vengono recuperati senza preda, solo ogni tanto un sorriso accompagna la messa a bordo di un esemplare di pescespada (o a volte di una tartaruga).
Una nottata di pesca è reputata buona quando su duemila ami calati si recuperano circa quindici pescispada da trenta-quaranta chili l’uno. Molto spesso si termina il recupero quando il sole è già alto. In questo caso non vale la pena tornare in porto per poi ripartire il pomeriggio, si decide allora di trascorrere sul posto le poche ore che dividono i pescatori da un’altra pescata. Se il tempo è buono il lavoro va avanti in questo modo per diversi giorni. Alla fine, stremati ma con la stiva piena, i pescatori rientrano alla base dove i commercianti del pesce li aspettano per comprare il prezioso carico.