O SciÓ - Baglioni

# vedi tutte le edizioni di O' Scià # 

 # Alternativa Giovani Onlus e l'immigrazione irregolare #

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Cos' è  e come nasce O Scià

“O’ Scià: Odori, Suoni, Colori d’isole d’altomare”, è festival-laboratorio permanente, ideato e promosso da Claudio Baglioni. Nato per sua volontà nel 2003, O scià nel dialetto lampedusano significa “fiato mio”, “respiro”. Una parola insomma che evoca dolcezza, e nello stesso tempo speranza.

Baglioni ha fatto di questa “parola”, ossia O Scià, un respiro per i diritti umani, una speranza per chi sta per arrivare. O’ Scià, come un saluto, un fiato dentro il fiato per un dono, per un progetto, per la libertà, fiato dentro il fiato attraverso parole e musica.

Claudio, del primo sussurro di questa parola, breve ma intensa, e del primo incontro con Lampedusa ha scritto:

“Certi incontri sono come gli scambi dei binari. Uno spostamento appena percettibile e la vita cambia scena.
Nulla è più come prima. Terra, cielo, pensieri, nulla. Con Lampedusa è andata così.Molti amici, da anni mi parlavano di Lampedusa, delle Pelagie, del mare e di questa peculiarità di isola così aspra. Io non so cosa sia cambiato dopo l'incontro vero, reale. Non penso che sia cambiato molto perché in fondo quest'incontro è come se ci fosse stato da molto tempo prima. Secondo me, comincia ad esserci, invece, il bisogno di far combinare il reale con l'ideale, quasi il bisogno di dire “mi piacerebbe lasciare anch'io una traccia per ritornare a sognare quest'isola ancora prima di averla vista.

Per me gli odori, i suoni, i colori delle isole d'alto mare sono gli odori, i suoni, i colori, delle isole dei nostri sogni, di quei sogni che non devono appunto restare isole ma devono essere dei sogni da fare in comune.
Ogni volta, ho la sensazione di aver sentito un gusto particolare, un sapore anche del cibo, certi colori che la natura offre o che l'uomo è riuscito a mettere su.
Secondo me Lampedusa ha la possibilità di diventare un'isola simbolo, simbolo dei nostri tempi e io spero che sia un simbolo positivo. Corre il rischio di diventare un simbolo negativo perché di Lampedusa si parla ogni giorno per la cattiva propaganda dei giornalisti: è un posto all'attenzione di giornali e telegiornali, di tantissimi italiani, e non solo, che però non sanno effettivamente come stanno le cose. Io non so quanto durerà questa storia degli sbarchi, questa vergogna del mondo che ci fa pensare che se qualcuno sbarca e ha bisogno di arrivare da qualche altra parte significa che dove sta non vive bene, per mille motivi, per fame, per problemi di guerra, per problemi di battaglie civili oppure abbagliato da un occidente così opulento che è in grado di far vivere bene tutti quanti.
Lampedusa non deve diventare l'argine, non deve diventare il filo spinato. Deve diventare il posto che è in grado di accogliere chi arriva ma senza mettere a repentaglio la propria quotidianità. E'importante dal punto di vista dell'immagine.
Partendo da quella frase bella che”nessun uomo è un'isola” e che “ogni respiro è un uomo”, io vorrei tanto che le Pelagie diventassero le isole di tutti, le isole dell'incontro.
Vorrei che questo simbolo diventasse gonfio di positività e gonfio anche di progetto, proprio d'architettura della vita.
E allora O’ Scià può diventare veramente unione di respiri, di fiati, affinché il mondo abbia un vento nuovo, insomma affinché il vento sia positivo.
La grande scommessa che ci aspetta è quella di saper superare le diffidenze, conoscere le proprie differenze e apprezzarle. E' anche giusto essere diversi. Non pretendere di schiacciare qualche altra nostra cultura e non essere schiacciati da un'altra cultura ma solo metterle insieme.

Il concerto che feci nel 2003 sulla spiaggia di Guitgia fu la prima occasione per porre l'accento sull'emergenza immigrazione clandestina e, allo stesso tempo, riqualificare l'immagine ed il rilancio turistico di Lampedusa e le isole Pelagie, uno dei paradisi naturali più affascinanti del Mediterraneo... Lampedusa è geograficamente sottoposta all'immigrazione clandestina così come le Canarie o Malta che vivono situazioni analoghe. Eppure io l’ho sempre immaginata come un posto esotico. O' Scià non ha l'ambizione di risolvere questo fenomeno che è il primo sintomo di una febbre. Il mondo vive su basi individualistiche e ciniche. E' una lotta tra due paure: noi di perdere quello che abbiamo, e gli altri di non arrivare nemmeno all'antipasto di questo benessere.
Io vorrei che si sapesse che O'scià non è solo una sagra di canzoni che si può fare una volta l'anno. L'idea è che Lampedusa diventi un'isola-laboratorio dove poter di tanto in tanto fare degli incontri con gli artisti e con tutti gli operatori culturali che si affacciano sul Mediterraneo. Sarebbe straordinario sapere che in quest' isola nel profondo del Mediterraneo c'è la maniera di incontrare qualcun altro, c'è l'idea dell'ospitalità. Ecco, io mi auguro che questa sia la possibilità che Lampedusa deve offrire al mondo intero”.

Lampedusa nel cuore di Baglioni e Baglioni nel cuore di Lampedusa. Ormai un unico battito. Un solo respiro.
Tutto” in un solo abbraccio”. In un fiato di vita: ”O' Scià”.
 

 

 

 

TANTE CANZONI PER DARE SPERANZA AGLI ULTIMI
di CLAUDIO BAGLIONI

OGNI oltraggio è morte. Non sono parole mie. Non ne posseggo di così alte. Le rubo a un grande Gadda, perché credo che la strada che suggeriscono sia quella che dobbiamo trovare il coraggio di percorrere, quando ci avviciniamo ad un tema così doloroso come l'immigrazione clandestina. Un tema di fronte al quale, prima ancora di essere capaci di parole, dobbiamo essere capaci di silenzio. Il silenzio che serve a percepire il battito, appena udibile, di un cuore. Ma non il nostro. Il cuore dell'altro. Finché il radar della nostra coscienza non sarà capace di rilevare quel battito e riconoscergli la stessa dignità che chiediamo venga riconosciuta al nostro, le parole che diciamo non varranno l'aria della quale sono fatte.
Vista dall'aereo, Lampedusa non è che un piccolo neo sulla pelle del mare. Ondeggia indecisa, come un'imbarcazione che non sa se avvicinarsi o allontanarsi dalle coste di un'Europa madre sì, ma talvolta anche matrigna. Non sa se attraversare il "mare nostrum", passare le colonne d'Ercole e tentare la sorte, tra le acque sconfinate e senza riparo dell'Atlantico. E, forse, se decidesse di prendere il largo, non avrebbe tutti i torti. Gli sbarchi sono molto più delle cronache del disagio che portano e di quello che procurano. Più della contabilità dolorosa - e, qualche volta, vergognosa - di ingressi, accoglienza, espulsioni. Più di un tornasole con il quale misurare il valore di questa o quella linea, l'efficacia di questa o quella norma.
Sono nomi, occhi, cuori, carne, ossa. Sono dolore e speranza. L'oltraggio di un passato incapace di garantire un futuro; la speranza disperata di un presente che possa restituire il futuro rubato. Sono l'urlo di Munch; lo strazio del Laocoonte; la vergogna dell'Adamo cacciato dal Paradiso terrestre. Ma, soprattutto, l'immagine più evidente di una democrazia che si scopre inadeguata a governare società sempre più vaste e complesse, nelle quali fedi, culture, storie, tradizioni e linguaggi sembrano incapaci di incontrarsi e capaci solo di scontrarsi, rischiando - ogni volta - di prendere fuoco ed esplodere. Una democrazia che corre il rischio di fare harakiri. Se la maggioranza è fatta da quelli che stanno meglio, tutela i diritti dei più forti. Il divario con i più deboli aumenta sempre più e le parole "a chi ha sarà dato, a chi non ha sarà tolto anche quel poco che ha" rischiano di assumere un significato apocalittico. Non possiamo fingere di ignorare che torto, ragione, responsabilità, colpa, legalità, diritto, sono parole che assumono un significato completamente diverso se pronunciate nell'inviolabile serenità del nostro salotto o nel buio gelido di una notte d'alto mare, tra anime calpestate e scheletri di uomini che trattengono il fiato nella speranza che il loro viaggio sia il primo e non l'ultimo.
Per riflettere su tutto questo, ho chiesto ad altri uomini di musica di scendere a Lampedusa dal 23 al 25 settembre, per unire le loro note alle mie. Per questo appuntamento ho preso in prestito il saluto della gente dell'isola -"O scià!": "fiato mio", "mio respiro"- perché credo non ci sia niente di più forte e profondo che essere fiato e respiro l'uno per l'altro. La speranza è che questi "fiati" si fondano in un vento capace di sgombrare menti e cuori dalle nubi che li avvolgono e aiutare chi lo deve fare a costruire una prospettiva in grado di garantire un futuro di dignità a quanti vivono a Lampedusa e la dignità di un futuro a quanti a Lampedusa approdano. Le canzoni - è vero - non contengono e non possono dare risposte. Ma la musica è la dimostrazione del fatto che esistono linguaggi e categorie che non conoscono confini, barriere, muri e pregiudiziali. Ed è a questi universali che ci dobbiamo affidare se vogliamo davvero chiederci se questo è un uomo; se vogliamo capire cosa fare per fare in modo che torni ad essere uomo pienamente e, allo stesso tempo, dimostrare a noi stessi e al mondo che vogliamo continuare ad essere chiamati uomini anche noi.